Il "quadro della Misericordia" e i Commentari di Mattioli

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Mattioli per la prima volta affrontò filologicamente l’opera dioscoridea pubblicando nel 1544 la sua traduzione commentata in lingua italiana.

Dopo quattro anni, sempre a Venezia, uscì la versione ampliata del Dioscoride commentata dal Mattioli, stampata presso la tipografia di Vincenzo Valgrisi (nome italianizzato di Vincent Valgris). Fu la prima delle edizioni dell’opera del medico greco nata dalla fortunata collaborazione tra i due, che rese famoso Mattioli e portò ricchezza al Valgrisi. Quindi molto probabile che anni dopo il Valgrisi fece commissionare un dipinto votivo rappresentante la concreta testimonianza di una richiesta di misericordia.

In questo dipinto è riprodotta l’edizione del 1565 dei Commentarii.

Di grandi dimensioni, è stato recentemente ritrovato nella soffitta della chiesa dei frati cappuccini a Pest. La sua provenienza è ancora da chiarire, sappiamo solamente che la pala d’altare fu donata ai cappuccini, verso la metà del XIX secolo, dalla nobile famiglia Luby. Abbiamo poche notizie sul suo esecutore, gli storici dell’arte presumono che si tratti di un artista del nord d’Italia intorno all'anno 1600. Il donatore, probabilmente lo stesso Valgrisi, è raffigurato con le mani incrociate sul petto, egli si rivolge alla Madonna circondata dai santi Domenico, Girolamo, Francesco e Caterina da Siena attraverso l’intercessione di San Pantaleone da Nicomedia (vissuto tra il III e il IV sec.) medico e protettore dei medici. Più in alto sul dipinto, in prossimità della Trinità, sono rappresentati i santi Giovanni Battista e Giovanni Evangelista. San Pantaleone reca nella mano sinistra un astuccio contenente gli attrezzi chirurgici (come voleva la consuetudine iconografia). Con la mano destra indica il libro aperto del Mattioli dove è ben leggibile la parola Dioscoridis. Sul dipinto sono riprodotte  due specie di orchidee che si trovano rappresentate sulla pagina 881 dell’edizione  del 1565 dei Commentarii. Le possiamo identificarle con "bocca di gallina" (Serapias neglecta s.l.) e  "orchide maschia" (Orchis mascula s.l.), la seconda è diffusa in Europa, la prima cresce soprattutto in Italia e sud della Francia. Il nome Serapias deriva da Serapis, dio egizio della fertilità.Dioscoride usò i nomi Satyrium e Orchis legandoli alla leggenda dei satiri, abituati a consumare rizotuberi della pianta per raggiungere uno stato di eccitazione. Orchis, figlio di un satiro e di una ninfa, durante un baccanale, offese una sacerdotessa di Bacco con le sue violenze. Per vendicarne l’offesa i partecipanti lo uccisero ma grazie all’intercessione del padre fu trasformato in un fiore: l’orchidea. Le  sue presunte proprietà afrodisiache fecero sì che la coltivazione e il consumo della pianta di orchidea si protraesse attraverso i secoli. Mattioli tradusse il nome greco della pianta Cynosorchis in “Testicoli”, una derivazione dall’antica Teoria delle segnature. Secondo questa teoria si utilizzava la coppia di tuberi delle orchidee, morfologicamente somiglianti ai testicoli, per facilitare e garantire la procreazione. Mattioli riportò tali leggende, senza confermarne la loro presunta efficacia. L’uso farmaceutico della pianta di orchidea è oggi del tutto marginale, e si limita ad un utilizzo additivo-emulsionante.

Presentazione fatta alla conferenza-mostra “Una tela d’altare italiana recentemente riscoperta: restauto e ricerche” Università ungherese di Belle arti, Budapest (Istituto Italiano di Cultura, 12 settembre 2016), interventi di V. Tömördi o.m.f., I. Fehér, K. Kiss, A. Ubrizsy Savoia, K. Kapronczay, D. Fekete – E. Mikó, A. Heitler. www.mke.hu/dioszkoridesz/it

Dipinto votivo rappresentante una richiesta di misericordia (Anon. Nord Italia, 1600ca.)